.

“Stop agli idrocarburi, l’Italia sia leader per una moratoria mediterranea”
post pubblicato in Ambiente, il 22 gennaio 2012



Questo il ‘rivoluzionario’ invito che la Professoressa D’Orsogna ha lanciato al Senato italiano durante la sua prima audizione informale presso la Commissione Industria Commercio Turismo. 
Assenti sottosegretari e ministri, assente la politica abruzzese.

 
di HermesPittelli ©

 
 
L’immagine dell’Italia nel mondo è legata alle bellezze artistiche e ambientali, le nostre vere risorse. Se volessimo dimostrare davvero coraggio, l’Italia dovrebbe ergersi a capofila dei paesi mediterranei per una moratoria contro le trivellazioni off shore”. 
Gentile, ma diretta e determinata come di consueto, la Professoressa D’Orsogna conclude così, con una sorta di ‘sfida’, la propria audizione informale al cospetto della X Commissione permanente del Senato (Industria Commercio Turismo).

Invitata dai senatori siciliani Antonio D’Alì (PdL) e Cesare Cursi (PdL), la Scienziata dei Due mondi non si è fatta intimorire dal contesto e in 25 minuti ha sfoderato una lectio magistralis serrata ed efficace al cospetto di una quindicina di senatori attenti e in qualche frangente sorpresi dalle informazioni scientifiche sugli effetti ambientali ed economici delle attività petrolifere.
A parte Salvatore Tomaselli, senatore pugliese del Pd fautore di una proposta di moratoria per la salvaguardia del Mare Adriatico, gli altri presenti si sono stupiti di apprendere quanto inquinamento producano ricerca, estrazione,lavorazione e trasporto degli idrocarburi.
La Professoressa D’Orsogna, nonostante l’orario infelice (mercoledì 18 gennaio2012, ore 14.00) e la brevità del tempo a disposizione, non ha omesso un solo particolare scabroso delle sue ormai celebri conferenze attraverso la proiezione di slide esplicative.
Dalla cartina dell’Italia, con le numerose aree sottoposte (dalla Laguna Veneta al Salento, dalle Isole Tremiti, alla Val di Noto, a Pantelleria) all’assalto dei petrolieri, alla tossicità dei fanghi e fluidi perforanti, dalla subsidenza (Venezia, Ravenna) agli incidenti spesso gravi (Manfredonia, Trecate, Genova, Golfo del Messico, Indonesia, Brasile, Nigeria) ma taciuti o minimizzati dai manager delle multinazionali, dal problema  della letale desolforazione attraverso i famigerati centri oli (Viggiano in Basilicata) alle piattaforme alle petroliere con desolforatore incorporato, i senatori, come diligenti studenti universitari hanno ascoltato con attenzione quelle informazioni che cittadini e ambientalisti italiani hanno imparato a memoria grazie all’incessante impegno scientifico e civile della scienziata abruzzo-californiana.

Curiose coincidenze: mentre la Professoressa stava per cominciare il proprio intervento, i vertici di Assomineraria telefonavano per rivendicare il diritto di replica; la nave da crociera Concordia, spiaggiata come un povero cetaceo, metteva a rischio l’ecosistema dell’isola del Giglio, eslodeva un metanodotto, il governo tentava di liberalizzare anche ‘trivella selvaggia’ (ma il ministro per la Tutela del Territorio e del Mare, Clini, smentiva prima attraverso una nota scritta e poi in diretta tv dagli studi di La7, anche se si attendono ‘trucchi di coda’ all’italiana), Paolo Scaroni, a.d. di Eni, felice per la missione in Tripolitania assieme alla ‘strano’ premier Monti, dalle pagine di La Repubblica rilanciava la vocazione internazionale di ricerca ed estrazione idrocarburi del cane a sei zampe “per soddisfare gli insaziabili appetiti dei 300.000 azionisti” e lamentadosi per l’italico divieto di trivellazione off shore fissato a 12 miglia marine; a suo dire, uno scandalo che non trova uguali nel mondo.
Come sempre, il super manager mente sapendo di mentire (la menzogna fa parte integrante delle strategie di Eni e delle companies dell’oro sporco): negli Stati Uniti infatti (Golfo del Messico a parte) è addirittura di 100 miglia!
Proprio questa informazione ha suscitato il massimo scalpore tra i senatori, assieme al triste esempio della Basilicata: 20 anni di scempio da parte di Eni e Total per diventare la regione più povera e più malata d’Italia (qui il tasso di tumori infantili è doppio rispetto al resto d’Europa).
La Professoressa ha incalzato gli astanti senza soluzione di continuità: “Petrolio uguale ricchezza per i popoli? No, solo per i petrolieri, si tratta di una forma di speculazione. Produrre un barile costa circa 11 dollari e ne frutta circa 100, il profitto resta tutto in tasca ai petrolizzatori. Dobbiamo decidere una volta per tutte il nostro modello di sviluppo, come la Florida negli Usa che rifiuta il petrolio per tutelare ambiente e turismo. Per restare ad un esempio italiano, dobbiamo optare tra il modello Taormina e il modello Gela; le vie di mezzo e i compromessi sono incompatibili”.

Il presidente di commissione D’Alì e il senatore Tomaselli hanno balbettato con imbarazzo che già difendere l’area di (sedicente) sicurezza delle 12 miglia è sempre un’impresa di stampo cavalleresco, perché la lobby del petrolio ha molti scaltri amici infiltrati in Camera e Senato che ad ogni nuovo decreto legge tentano di inserire articoli per abrogarla o riportarla almeno a 5 miglia. Quasi inutile segnalare ancora una volta il nome della senatrice Simona Vicari, anche lei siciliana e pidiellina, ma fiera paladina dei petrolizzatori.
D’Alì e Tomaselli, quasi con mesta rassegnazione, hanno anche evidenziato quanto sia complicato lanciare l’iniziativa di una moratoria mediterranea “perché questo sconvolgerebbe interessi commerciali di singoli paesi e trattati internazionali, difficili da armonizzare”.
La Professoressa D’Orsogna però ha rilanciato: “La politica italiana cominci allora da una moratoria per l’Adriatico e per sospendere nuove concessioni in Basilicata e nelle aree e parchi già istituiti”.

Non sono intervenuti ministri, né sottosegretari. Peccato, hanno perso un’occasione unica (forse, non irripetibile). Monti e i suoi scudieri avrebbero imparato come curricula e masters prestigiosi non servano per promuoversi con un velo di arrogante snobismo su giornali, tv o alla Borsa di Londra, ma per creare vera democrazia e progetti per il bene comune. Assenti ingiustificati, ma anche questa non è più una notizia, i politici abruzzesi.

Osservando Piazza Navona e Fontana di Trevi, Maria Rita D’Orsogna, al tramonto di questa giornata comunque storica, mentre al cellulare rispondeva paziente a numerose interviste, ha sussurrato:
Dal passato abbiamo ereditato senza merito tutta questa Bellezza,
noi cosa lasceremo alle generazioni future?
”.


 

Le Donne reggono il mondo
post pubblicato in Economia (dal volto umano), il 10 ottobre 2011
di Hermes Pittelli ©



 Madre Teresa di Calcutta è stata una straordinaria ‘imprenditrice’ nell’ambito sociale.
Non è la strampalata teoria di qualche sedicente genio del marketing o dell’intrapresa, ma la conclusione di un raffinato ragionamento di Elena Sisti, economista e co-autrice (assieme a Beatrice Costa) del saggio ‘Le Donne reggono il Mondo’ (Ed. Altreconomia): intuizioni femminili per cambiare l’economia (come recita il sottotitolo).
Sulla necessità di rivoluzionare e stravolgere il sistema economico, osservando la mera e tetra attualità, nessuno nutre più dubbi.

Una riflessione divenuta libro, nata grazie ad un incontro, come molte storie e progetti dell’universo femminile. Quando comincia la tempesta economica che ancora oggi sconvolge gli equilibri mondiali (2008, crollo della banca americana Lheman Brothers, ndr) per effetto domino iniziano a sgretolarsi tutte le certezze che hanno sostenuto le teorie economiche degli ultimi 20 anni (i guru della finanza consideravano i derivati ottimi investimenti…). Solo le Donne però hanno la consapevolezza che le crisi sono straordinarie possibilità per esplorare o costruire ex novo sentieri alternativi, anche in materia economica.
Nel 2009 accade qualcosa di anomalo: per la prima volta nella storia del riconoscimento, il Nobel per l’economia viene assegnato ad una Donna (Elinor Ostrom, docente presso l’Indiana University di Bloomington , Usa; creatrice di una scuola che studia l’interazione tra società, risorse ed ecosistema).
Un cambiamento epocale è in atto: si evince anche da un dato relativo agli occupati negli Stati Uniti nel 2010: le donne che lavorano hanno superato gli uomini.

Quando le navi rischiano di affondare e sfracellarsi sugli scogli, le donne riescono ad emergere e raggiungere posizioni di responsabilità e di comando.
Retaggi culturali arcaici, fanno ancora oggi scontare all’universo femminile i dazi più pesanti e disumani dei disastri economici causati dagli uomini: ad esempio, nei paesi emergenti, il primo provvedimento è la riduzione delle derrate alimentari destinate a donne e bambine.
Bisognerebbe sempre rammentare che il dio mercato, elevato dagli anni ’80 del 1900 ai giorni nostri a taumaturgo di ogni male, in realtà è solo una parte, una frazione dell’insieme più ampio chiamato Economia, basato sulla produzione di beni e servizi. Il mercato è la mera compravendita di beni e servizi.
Difficile attribuire a questa azione effetti miracolosi. L’economia domestica e le cure familiari hanno dignità e titoli per essere considerate parti dell’economia e del mercato. Quello che viene prodotto al di fuori del mercato è uno spicchio più ampio di quanto comunemente si creda (o si faccia credere ai cittadini/consumatori).
Elena Sisti e Beatrice Costa stimano che in Italia questa fetta di torta corrisponda quasi al 40% del ‘mercato ufficiale’.
Dunque, perché non viene considerato?
L’economia è ritenuta territorio di pertinenza esclusivamente maschile, come se nel mondo la produzione di beni e servizi dipendesse solo dal genere.
Da questo, in automatico, discende il falso mito delle donne italiane che sobbarcandosi l’onere di economia domestica e cure familiari, “non lavorano” (76%).
Forse non lavorano secondo i canoni maschili, ma non sono inattive; lo sono solo dal punto di vista dell’economia monopolizzata dagli uomini.
Con simili premesse, anche i concetti di crescita e decrescita rispetto al benessere degli individui di una società, diventano argomenti secondari (chi si occupa della famiglia, dei bambini, degli anziani, dei malati?).
E’ per scardinare la stantia e sessista idea di economia e mercato che una donna, la filosofa Martha Nussbaum, ha elaborato la categoria dei ‘beni relazionali’:
tutti i lavori compiuti dalle donne che non sono classificabili nell’economia ortodossa, ma producono benessere, risorse, ricchezza all’interno della comunità sociale.

Madre Teresa di Calcutta, al pari di tante altre donne che si sono distinte in opere di assistenza e beneficienza, può essere davvero considerata, senza blasfemia, imprenditrice del sociale. Del resto, anche in Italia ai tempi della grande crisi sono le donne che mostrano senso pratico, spirito d’iniziativa, inventiva, capacità di creare le famose reti e sviluppare progettualità concreta. Riciclano, recuperano, riutilizzano materiali che eravamo abituati a gettare senza pensarci; sostengono le famiglie e gli individui più deboli, creano i Gas, gruppi di acquisto solidale (le donne rappresentano il 63% del Fair Trade del Belpaese), in una frase: l’economia femminile è solidale, funzionale, sostenibile; tutte peculiarità per alimentare ancora speranza di futuro per questo Pianeta.
Come afferma Alessandro Franceschini, presidente Agices (l’associazione di categoria del Commercio Equo e Solidale, ndr): “Senza le donne l’intero sistema dell’economia solidale andrebbe all’aria”.

Gli uomini imprenditori hanno in mente solo la competizione per il profitto, le donne valutano molto più attentamente gli effetti delle loro decisioni e azioni a lungo termine, l’impatto sul domani.
Forse è giunto il momento di affidare il comando alle Donne; lo aveva immaginato già Aristofane nella sua commedia del 391 a.C. Le donne al parlamento: le ateniesi si coalizzano e con un astuto espediente riescono ad ottenere il governo della città che gli uomini stanno conducendo alla rovina; dimostrano di saper amministrare il bene comune in modo molto più saggio e lungimirante, anche se con inevitabili risvolti imprevedibili e farseschi.

Le donne aspettano, ma in movimento produttivo, sempre.
Attendono che gli uomini le raggiungano, ma questi, proprio come Godot, non arrivano mai.
Le donne traducono i sogni e le utopie in progetti a costo di lavorare in nero per 3 euro e 95 centesimi l’ora e poi morire sotto le macerie dell’incuria e dell’inciviltà; morire per regalare dignità e speranza.
Non in Africa o in Asia, ma nell’Italia che si crede una potenza del G8.

Quando gli uomini, sempre più arroganti insicuri incapaci, guardano le donne con sufficienza e bollano la loro fluviale e inarrestabile capacità dialettica alla categoria ‘chiacchiere’, non si rendono conto, come dice con sorriso disarmante Elena Sisti, che: “le Donne non chiacchierano mai, si scambiano informazioni e ragionamenti, producono Intelligenza Collettiva”.
Nel frattempo, forse per una coincidenza, forse per un eccesso di correttezza politica dell’Accademia di Stoccolma (come sottolineato con malignità da qualcuno), tre Donne africane ottengono il Nobel per la Pace.

Zygmunt Bauman: nel ‘mondo liquido’ senza più barriere, siamo tutti migranti
post pubblicato in Società&Politica, il 25 settembre 2011


di Hermes Pittelli ©


 Un mondo sferico, dove tutto scorre in barba a teorie e confini arbitrari. 
Realtà comune in ogni paese, anche negli aspetti negativi; i governi ad ogni latitudine promettono misure drastiche per aumentare la sicurezza dei cittadini e debellare l’immigrazione. Viviamo immersi nella realtà di un pianeta senza più barriere: popoli e merci viaggiano in modi impensabili solo fino a pochi anni fa. Promesse da mercanti e marinai, contro la storia e contro una società ormai nei fatti globale e ‘liquida’.  

L’immigrazione: un falso problema, uno spauracchio da agitare per conservare il potere, dimenticando ad esempio che tra il 19° e il 20° secolo l’Europa che oggi non vuole gli immigrati vide partire 50 milioni di propri cittadini verso altri continenti. Non perché non amassero i propri paesi, ma in cerca di migliori condizioni economiche (quindi di vita) per sé e per le proprie famiglie. 

Il Professor Zygmunt Bauman, sociologo di origine ebreo-polacca, a lungo docente presso l’Università di Leeds (Inghilterra), teorizzatore della società liquida, con una ‘intervista magistralis’ durante il Festival letterario Pordenonelegge.it spiega con semplicità perché in fondo tutti possiamo considerarci migranti: In tutte le famiglie c’è qualche avo o parente che in passato o nel presente è partito in cerca di fortuna verso altri lidi”.

L’intera storia dell’Umanità è costellata di viaggi e migrazioni.

Gli stili di vita imposti dalla sedicente modernità hanno avuto come controindicazione la creazione di lavoratori considerati ‘esuberi’; ad ogni riordinamento della società e ad ogni rivoluzione industriale ed economica gli esuberi sono aumentati. La prima a varcare le soglie della modernità e a sperimentare questo fenomeno è stata proprio l’Europa. La produzione sempre più massiccia di merci, a costi sempre più ridotti e con minor necessità di mano d’opera rende gli esuberi disoccupati strutturali. Un tempo il problema locale si risolveva in modo globale attraverso le colonie. Oggi non esistono più terre disabitate e il problema è divenuto planetario. Per questo la migrazione è un fatto destinato a restare con noi adesso e in futuro. Chi non dispone di pane e acqua potabile continuerà a cercarli altrove. L’Occidente poi al di là delle ipocrisie ha bisogno dei migranti. Le industrie devono poter contare su mano d’opera che svolga lavori pesanti e poco piacevoli che gli autoctoni non sono più disposti a sobbarcarsi”. 

Nell’Unione Europea vivono al momento circa 330 milioni di persone, senza migranti si ridurrebbero in pochi anni a 240. In epoche passate, con una riduzione così drastica di abitanti, intere civiltà entravano in crisi e scomparivano. Bauman non concede spazio a dubbi: “Noi abbiamo bisogno dei migranti per mantenere i nostri stili di vita”. Una questione egoistica, se non di puro buon senso; a seconda dell’ottica con la quale analizziamo il fenomeno. 

'L’inventore' della modernità liquida non può non accennare “allo sradicamento degli individui dall’epoca della modernità solida. Come sappiamo tutti, una pianta sradicata è difficile da ripiantare. Lo dico per rammentare quanto sia importante l’identità per ogni persona. Oggi, grazie ai nuovi media, è facile inventarsi o cambiare più volte identità. Si pensi ai social network. Sartre parlava di modelli di vita, oggi siamo sottomessi alla tirannide del momento. Come un’àncora che si getta o si ritira dove meglio si crede. Ma non si forma senso di appartenenza, elemento fondamentale dell’identità. Una volta l’appartenenza si acquisiva nascendo in una certa comunità nella quale da stranieri era difficilissimo entrare; e anche dopo molto tempo ci si sentiva sempre sotto esame e a rischio di espulsione. Ora al concetto di comunità si è sostituito quello di rete. Sono sufficienti una rubrica su un telefonino o l’elenco dei contatti su Facebook. La comunità era intransigente e quasi impermeabile, ma garantiva grande sicurezza; nella rete c’è grande libertà, ma nessuna sicurezza e tutto dipende dalla connessione o disconnessione”.

Sicurezza e libertà sono pilastri delle nostra società, li pretendiamo anche se spesso non ci accorgiamo che sono fattori in conflitto e non riflettiamo su quanto sia complicato trovare il giusto punto d'equilibrio. Sicurezza senza libertà è schiavitù, libertà senza sicurezza è il kaos”. Altro effetto destabilizzante di questo nuovo mondo globalizzato è che anche i sentimenti diventano ‘liquidi’, precari, sempre più instabili. Storici e antropologi hanno studiato e studiano formule adeguate alla vita di un cittadino del III millennio, “ma nessuna soluzione mi convince perché nessuno ha trovato un vero equilibrio tra libertà e sicurezza” chiosa Bauman. Le promesse dei governi mondiali abbondano, ma risultano vane.

Dovremmo forse rispolverare qualche pensiero di Kant, non sulle Categorie, quanto le sue argute riflessioni sull’essenza di un mondo sferico che, nonostante gli artifici e i compromessi della politica, impedisce una reale separazione tra i popoli. Al momento, conclude Bauman, siamo lontani dal raggiungere questo traguardo; vivere su questo pianeta sarà più piacevole per tutti quando capiremo che non possiamo più considerarci come singole nazioni, ma solo come esseri umani, con difficoltà simili, disposti al dialogo e all’accoglienza reciproci; non certo progettando barriere e leggi contro i migranti. La solidarietà è più importante della tolleranza, perché quest'ultima implica sempre un certo senso di superiorità nei confronti dell’altro”.

Problemi epocali e planetari (la crisi economica, la devastazione dell’Ambiente; ndr) che riusciremo a risolvere solo come Umanità, cominciando a pensare alla nostra identità imitando Albert Einstein; fuggito dalla Germania nazista, sul questionario da compilare per l’immigrazione negli Usa, alla richiesta di indicare la propria razza, rispose senza esitazioni: Umana”.


Produrre energia pulita per salvare il futuro (e la democrazia)
post pubblicato in Ambiente, il 19 settembre 2011



di Hermes Pittelli ©



 L’energia, la madre di tutte le questioni.
Non solo in futuro, da subito: da oggi.
Mario Tozzi e Valerio Rossi Albertini, la strana coppia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR, ndr), uno geologo l’altro fisico nucleare, non hanno dubbi.
Il futuro dell’energia – non a caso titolo del libro che hanno scritto a quattro mani per le Edizioni Ambiente – influenzerà in modo diretto il futuro del pianeta.

Con le bollette energetiche più care d’Europa, amiamo ancora raccontarci la favoletta dell’Italia settimo paese più avanzato del mondo. Entro 5 anni il nostro esiguo vantaggio tecnologico nei confronti della Cina sarà azzerato. Per capire meglio i termini dell’immane sfida: i ricercatori del CNR, organismo scientifico più grande del Vecchio Continente, sono 8.000 e sono sempre più bistrattati dalla classe politica tricolore.
Gli scienziati cinesi impegnati nella ricerca sulle nuove fonti d’energia sono 100.000, ma nel solo distretto di Shangai e dispongono ogni anno di fondi pari a 50 miliardi di dollari. Senza tralasciare che la terra del dragone è ricca di materie prime e può vantare un’immensa forza lavoro a costi ridotti.
Se l’Italia non rimette in moto il volano della ricerca scientifica connessa alle rinnovabili e all’eccellenza tecnologica nello sfruttamento delle medesime si autocondanna a divenire subalterna e suddita nei confronti delle nuove potenze.

Negli anni ’80 del 1900 eravamo all’avanguardia nel solare fotovoltaico, poi qualcosa si è inceppato. Meglio, qualcuno ha voluto bloccare l’ingranaggio. Forse gli stessi potentati energetici padroni delle centrali (quelle esistenti, quelle in costruzione), quelli che decidono il costo delle bollette rincarate a dismisura, nonostante il prezzo del gas incida al 50% sulla cifra totale e alla borsa delle materie prime sia calato di 11 volte in questi ultimi anni. Un po’ come la benzina, il cui acquisto per il cittadino italiano è sempre un salasso, anche quando il prezzo del barile di petrolio precipita.
Ma il problema di riuscire ad “imbrigliare le fonti di energia naturale (raggi del sole, vento, calore della terra, maree), in modo naturale” non si può più dilazionare: le emissioni dei gas serra che hanno surriscaldato il pianeta e l’avvelenamento di terreni e falde idriche a causa degli scarti dei combustibili fossili stanno esaurendo tutta la sabbia nella clessidra.
Abbiamo scampato il ritorno al nucleare solo ‘grazie’ alla tragedia di Fukushima, altrimenti la lobby atomica ci avrebbe costretti ad una tecnologia costosissima e pericolosa. Valerio Rossi Albertini un po’ provoca, un po’ si accalora, ma sempre dicendo verità che in pochi conoscono. “In certi momenti della giornata, siamo noi a disporre di eccesso di produzione energetica e a rivenderla alla Francia. Eppure agli italiani è sempre stato raccontato il contrario. La considerazione poi che tanto anche non costruendo centrali le troviamo a pochi chilometri dai nostri confini, equivarrebbe a dare alle fiamme la propria casa sapendo che in giro c’è un piromane!”.

Si può utilizzare una busta di plastica per la spesa per far funzionare un pannello solare”. Sembrerebbe fantascienza, almeno alle nostre latitudini, ma V.R. Albertini garantisce che al CNR stanno sperimentando questa tecnologia che in California è già realtà.
Si tratta la plastica sia a livello fisico sia a livello chimico per ottenere polimeri plastici che abbiano caratteristiche di trasparenza, malleabilità, conduttività elettrica; evitando quindi il silicio il cui smaltimento è complicato e ha un forte impatto ambientale”.
Una tecnologia che sviluppata adeguatamente garantirebbe una efficienza ed una resa elevatissima dei pannelli a costi minori, diventando appetibile anche per quelle imprese e quei cittadini che in assenza di incentivi o sgravi fiscali al momento reputano eccessivo l’esborso economico per installare impianti solari.
In teoria, in un prossimo futuro, potremmo addirittura ‘spruzzare’ il pannello solare a polimeri plastici sugli edifici come fosse una sorta di velo in grado attraverso punti di contatto elettrici di rendere energeticamente autonome le costruzioni.
Eppure già oggi utilizzando infissi migliori, ottimizzando l’efficienza e il risparmio dell’energia, dotandoci di pannelli solari saremmo in grado di rendere autosufficienti le nostre abitazioni; ma i politici italiani non amano affrontare questi argomenti.

Tozzi e Albertini, attraverso il loro libro e la loro incessante azione divulgativa prefigurano in un futuro prossimo una rete energetica sempre più simile al web; nella quale ogni singola abitazione, ogni singola costruzione sarà in grado di produrre il proprio fabbisogno energetico e di cedere alla rete l’eventuale surplus.
A patto che la ricerca scientifica in questo campo non sia costretta a inventare miracoli con i fichi secchi, a patto che siano i cittadini a ‘costringere’ politica e amministrazioni ad affrontare la questione in modo intelligente, concreto, lungimirante; abbandonando la facile connivenza con gli attuali capataz dell’obsoleta e inquinante industria da fonti fossili.

Sviluppare tecnologia all’avanguardia per produrre energia pulita e rinnovabile molto presto non significherà solo tutelare stili di vita che diamo per scontati, ma la libertà, la democrazia e il futuro stesso del Pianeta.

Loretta Napoleoni, il contagio della primavera araba per la nuova democrazia
post pubblicato in Società&Politica, il 17 settembre 2011

di Hermes Pittelli ©


Volevamo esportare la democrazia, come una merce del mercato globale.
Invece, riposta la tipica arroganza occidentale per manifesta inferiorità, forse saremo costretti dagli eventi e dalla terza rivoluzione industriale (quella ipertecnologica) a impararla dal mondo arabo.
Ne è convinta Loretta Napoleoni che lo ha anche scritto e spiegato con dovizia di dati e motivazioni in un libro – Il contagio. Perché il mondo arabo ci insegnerà la democrazia, Ed. Rizzoli - che Giuseppe Ragogna, vicedirettore del Messaggero Veneto ha definito “tagliente e cattivissimo”.
Forse perché ci costringe a pensare, ci mette con le spalle al muro, non offre compromessi o accondiscendenze nei confronti della nostra pigrizia mentale, civile e politica.
In cambio di un quieto vivere sempre più precario ci siamo arresi alle oligarchie economiche, finanziarie e politiche che dietro la parvenza della democrazia si sono impossessate dei diritti e delle risorse che appartengono a tutti noi.

Napoleoni, economista e giornalista, esperta di strategie anti terrorismo, consulente per BBC e CNN, editorialista per ‘El Pais’, ‘Le Monde’, ‘The Guardian’, ‘Internazionale’, ‘l’Unità’, ‘Il Caffè’, ‘L’Espresso’ da Pordenonelegge.it lancia apparenti paradossi: nel mondo arabo le rivolte sono scoppiate per ottenere la democrazia, in Europa (pensiamo al movimento più forte e attivo, gli Indignados spagnoli) contro la democrazia (contro la degenerazione della democrazia).
Si è creato un ponte tra le sponde del Mediterraneo: dal mondo arabo alla Spagna per influenzare il resto dell’Europa occidentale e tornare poi al sud, a Tel Aviv dove i giovani hanno eretto una tendopoli per protestare contro il proprio governo.
Essi sono a favore della nascita di uno stato palestinese e chi paventava anche in questo caso infiltrazioni o manipolazioni da parte del fondamentalismo islamico è stato smentito. Secondo Napoleoni la dimostrazione che “per 10 anni, dall’11 settembre 2001 ad oggi, i governi occidentali hanno somministrato ai cittadini una propaganda della paura per varare leggi sempre più restrittive dei diritti che mai avrebbero potuto far approvare senza lo spauracchio del terrorismo”.

La società civile nel mondo arabo ha iniziato la propria riscossa grazie agli strumenti di comunicazione tecnologica, media che stanno conferendo potere alle masse anche se queste non sono ancora completamente consapevoli del fenomeno in atto.
Napoleoni ammette che l’Italia, come fosse isolata da una campana di vetro, è indietro rispetto alla vicina Spagna, ma la campagna dei quattro referendum primaverili ha mostrato che anche il Belpaese si è lentamente messo in moto.
"I fenomeni del precariato, del mercato nero e dei sostegni garantiti dai risparmi delle famiglie hanno funzionato da cuscinetto ammortizzatore rispetto a rivolte come quella degli Indignados".
Ma l’insoddisfazione, la rabbia sociale e l’indignazione stanno montando.

Se la volontà della società civile attraverso twitter, facebook, gli i-phone e gli smartphone ha portato alla mobilitazione di massa causando il naufragio di dittature feroci e decennali come quelle di Ben Alì, Mubarak e Gheddafi, forse presto riusciremo ad archiviare come l’incubo di una notte le figurine mediocri che da 20 anni, riciclandosi, ci hanno condotti sull’orlo del baratro.
Solo però quando dimostreremo di aver capito la lezione più importante: la democrazia è il miglior sistema di governo finora conosciuto (o il meno peggio, in versione pessimistica) ma è esposto alle degenerazione, non è mai un diritto acquisito una volta e per sempre, ma si difende e (ri)costruisce giorno per giorno.

Siamo sicuri (ennesima provocazione o altro stimolo alla riflessione?) che uscire dall’euro sia una catastrofe per l’Italia? Non sarebbe meglio affidarsi ad un “default pilotato”? Siamo certi che una classe dirigente responsabile e complice della catastrofe economica sia ora in grado di riparare i guasti?
L’Italia è riuscita a rispettare i parametri di Maastricht solo negli anni '90 del 1900 quando ha compiuto lo sforzo per raggiungere l’ingresso nella moneta unica, poi ha ripreso allegramente a moltiplicare a dismisura il proprio debito pubblico, come e più di prima. L’Unione Europea non ha l’autorevolezza, né si è mai preoccupata di dotarsi degli strumenti adeguati per far rispettare il rigore e l’equilibrio economico-finanziario.
Napoleoni rammenta un caso limite, quello del Belgio: da un anno e mezzo senza governo, l’economia del paese viaggia a vele spiegate, inanellando continui record di crescita; perché la cittadinanza si è affidata ai famigerati (almeno in Italia) ‘tecnici’.
Un segnale, forse: nel prossimo decennio potrebbe estinguersi la politica come l’abbiamo conosciuta dal 1800 fino ad oggi; i cittadini, gli unici davvero in grado di sapere e capire le esigenze dei territori daranno vita a reti sempre più fitte, complesse e intelligenti, affidandosi per le scelte strategiche a persone competenti, Scienziati e Tecnici.
I politici hanno fallito ad ogni latitudine del Pianeta, dimostrando lacune culturali e caratteriali.

Democrazia 2.0, ci salverà uno smartphone?
Solo se useremo il nostro cervello e integreremo il pensiero con pratiche concrete e virtuose; non affidandoci esclusivamente alla sim card.

MARCOS y MARCOS, EDITORE ‘IDROSOLUBILE’ PER AMORE DEI LIBRI
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 15 settembre 2011
La piccola casa milanese festeggia 30 anni di attività e dal Festival letterario Pordenonelegge.it spiega agli studenti e ai lettori come e perché nascono quegli strani oggetti rilegati con pagine zeppe di parole stampate


di Hermes Pittelli ©


 Esistono persone che a causa di insana, balzana, o forse geniale ‘alterazione mentale’, sedute attorno ad un tavolo, decidono di fondare una casa editrice.
Non per spirito di commercio, ma – blasfemia – per amore dei libri.
Come i tipi della Marcos y Marcos di Milano che proprio nel corso di questo 2011 festeggiano i primi 30 folli anni di attività. Folli in un paese come l’Italia spurio di una vera, seria, efficace legge sull’editoria; folli per chi non considera la cultura una merce da supermercato; folli per chi non è sostenuto dalle spalle poderose di emittenti televisive o radiofoniche.
Oggi questi pazzi, nelle persone di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli si sobbarcano anche il gratificante compito di spiegare agli studenti delle classi superiori (lettori in atto o in potenza...) come nasce un libro. Lo fanno all’interno della manifestazione letteraria di rilevanza nazionale Pordenonelegge.it, giunta, non senza le consuete polemiche politiche (anche a nord est furoreggia l’opinione che la cultura non si possa mangiare come un succulento panino), alla XII edizione.

Un libro non è solo il frutto dell’ingegno, del talento, della fatica di un autore, ma un delicato, complicato, armonico lavoro d’equipe. Comincia nel momento della selezione di un manoscritto tra le decine di plichi italiani (per tacere quindi dei testi stranieri, altro settore strategico della casa) che giungono in media in un solo giorno presso un ‘piccolo’ editore quale Marcos y Marcos.
Una scrematura necessaria, anche dolorosa, che spesso non implica una bocciatura letteraria dell’opera scartata, ma solo una carenza di caratteristiche in assonanza con le finalità e il progetto globale di un dato editore.
Entrano poi in gioco i ‘famigerati’ editor, non solo professionisti di altissimo livello letterario, ma psicologi pazienti, capaci di ‘costringere’ gli autori a rivedere, limare, correggere i testi per renderli giusti; giusti per i lettori di quella casa, giusti per veicolare in modo limpido e potente la voce interiore più autentica di un’opera originale. La nascita di un libro implica anche la creazione della sua carta d’identità: la copertina. Altra scelta capitale, altro lavoro d’equipe: in genere tra i grafici e gli editori; non per volontà d’esclusione nei confronti degli autori, ma perché gli scrittori di solito non riescono a valutare, ancora una volta, con l’adeguato distacco, dalla adeguata prospettiva, i propri ‘figli’.

Fulvio Ervas, veneto, insegnante e scrittore di successo, inizialmente riluttante alla pubblicazione (“Un disvelamento di sé che può creare turbamenti e traumi”), targato proprio Marcos y Marcos, ammette sinceramente l’importanza dell’editing: “Un autore non è mai contento di rimaneggiare, cambiare o limare un proprio testo. Dentro di sé è quasi sempre convinto di aver scritto una nuova Divina Commedia. Ma è giusto essere umili. L’editing è un lavoro severo e fondamentale che consente di attribuire il giusto peso alle parole”.

Peso, sinonimo di valore. Valore del libro inteso appunto come forma d’arte, non come banale scatoletta di latta da piazzare in un anonimo super, iper mercato o centro commerciale o in uno di questi modernissimi, rutilanti non luoghi chiamati megalibrerie, molto spesso gestite in proprio dalle grandi case editrici. Un fenomeno, quello dei megastore libreschi nei quali acquistare i volumi un tanto al chilo, che mette in ginocchio i librai tradizionali, come Mauro Danelli, libraio pordenonese di lungo ‘segno’, che si sente “come l’ultimo soldato giapponese nella giungla”; continua a combattere perché nessuno gli ha detto che la guerra è finita.
Negli Stati Uniti intanto il crollo commerciale di una di queste catene, sta riportando in auge le librerie vecchio stampo.
Nel Belpaese, si sa, le rivoluzioni arrivano sempre di terza mano.
Anche l
ibraio non è un lavoro, ma una sorta di missione.
Il libraio coccola i libri, li custodisce, sa disporli sugli scaffali rendendo giustizia e importanza ad ogni singolo volume.
Implica un rapporto, un ‘trialogo’ tra chi consiglia i libri, le case editrici e i lettori.
Non è un commercio finalizzato alla vendita di una merce, ma un altro aspetto di questa insana passione culturale: l’autentico libraio è colui che suggerisce in modo cortese e avveduto i libri adatti alle persone adatte.

La cortesia, certo; perché abbiamo smarrito, non solo il giusto peso delle parole, ma anche uno dei sentimenti più nobili che attraverso esse riuscivamo a condividere con gli altri.
Per recuperare questa virtù preziosa, Fulvio Ervas ha creato uno strano personaggio, protagonista di molti suoi romanzi (anche dell’ultimo, ‘L’amore è idrosolubile’), un ispettore (Stucky, pronunciato non all’americana, ma in dialetto della Marca trevigiana) mezzo veneto, mezzo persiano, perché in Iran la cortesia è un tratto distintivo, una caratteristica comune della popolazione.
La cortesia è un tappeto steso tra le persone, uno strumento potente di dialogo e comprensione, ma alla bisogna anche una potente barriera”.

L’amore idrosolubile di Ervas chiude il cerchio in modo perfetto.
In versione pessimistica: è un sentimento debole che si scioglie perfino nell’acqua.
In versione ottimistica: l’acqua è un ‘solvente’ nel quale sciogliere ‘soluti’ (zucchero e/o sale ad esempio) per ottenere una ‘soluzione’ con altre molteplici nuove proprietà, non rintracciabili singolarmente.
L’amore è dunque la soluzione: lunga vita ai libri e ai pazzi che li amano.

Pasolini, un maestro da ‘fagocitare’. Con o senza misteri
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 9 aprile 2011

(La celebre foto di Pasolini 'sorpreso' senza veli, scattata dal grande fotografo Dino Pedriali).


Citazione da Uccellacci e Uccellini: “I maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante” (Il Corvo).


di Hermes Pittelli ©


 
Il ‘caso Pasolini’ non è ancora chiuso.
Restano, ancora e sempre, due fronti aperti.
Quello giudiziario, una sorta di cold case come il delitto dell’Olgiata (anche sull’uccisione del ‘cattivo maestro’ restano più dubbi che certezze).
E quello più strettamente culturale: per lungo tempo osteggiato in quanto ‘pervertito’ e ‘alieno’, P.P.P. è ormai celebrato e venerato nei consessi intellettuali e politici più vari e trasversali.
Marco Belpoliti, con l’ottimo saggio ‘Pasolini in salsa piccante’ uscito qualche mese fa per i tipi di Guanda, tenta di fare il punto e soprattutto di scrivere un punto, chissà se definitivo, sulla questione.
La materia è vasta, magmatica, complessa.
Qualche carta nautica schematica può aiutarci a individuare una rotta.
Di sicuro, nel percorso del Poeta si possono distinguere tre fasi:
la vita terrena; la vita postuma (con Pasolini ‘santinizzato’, sia dalla sinistra sia dalla destra, attribuendogli peculiarità messianiche e visionarie per esorcizzare la sua identità di artista omosessuale); la ‘giallizzazione’ dell’omicidio di Pasolini (forse non esiste alcun mistero, né trama, né congiura sulla sua morte violenta).

Pasolini e il Friuli: “Momento fondamentale della sua formazione artistica e personale, troppo spesso trascurato dai critici e dai suoi appassionati.
I fatti di Ramuscello, profonda campagna friulana, lo segnano per sempre: l’accusa di molestie sessuali nei confronti di alcuni giovani autoctoni, la condanna penale e quella morale e politica (con annessa, per lui incomprensibile e dolorosa espulsione) da parte del Partito Comunista Italiano.
Qui comincia a configurare il suo narcisismo, un narcisismo di morte; qui comincia a scandalizzare con le sue ‘ossessioni’ per la sessualità e il sacro.
Apprezza il progetto di Man Ray su De Sade e Andy Wharol.
P.P.P. e l’artista della factory vengono immortalati dallo stesso fotografo: Dino Pedriali. Anche Ugo Mulas ritrae Pasolini (gli scatti di entrambi i fotografi compaiono nel prezioso volume, ndr
).
L’immagine e quindi l’arte fotografica sono una delle componenti fondamentali della figura pasoliniana; mai come in questo caso la forma è anche e soprattutto sostanza (Biagio Marin, poeta, nato a Grado; più anziano di Pasolini, riscoperto e rivalutato da P.P.P. Bellissima e struggente la raccolta di liriche che Marin dedica all’immagine del corpo straziato - “fracassato” - di Pasolini, ‘El critoleo del corpo fracasao’, 1976).
L’incontro tra Pasolini e Pedriali avrebbe potuto generare un conflitto di personalità e di percorsi culturali.
Quando un fotografo decide di realizzare il ritratto di una persona, spesso s’instaura una sorta di sfida, silenziosa ma cruenta, tra i due soggetti a confronto. Si verifica una ‘collisione di volontà e personalità’ che raramente trovano accordo verso la stessa finalità del progetto: nel caso di P.P.P. e Pedriali si è invece realizzato un miracoloso, armonico, perfetto connubio artistico ‘teleo-iconografico’ tra il ‘ritrattista’ e il ‘ritratto’
(Piccola digressione musical-popolare. A proposito del duo Pasolini/Pedriali viene in mente il testo di Lorella Lorelai Cerquetti ‘Due re senza corona’, scritta per i Nomadi: “Due specchi con un solo fuoco di riflesso…”).
Pasolini non muove battaglia contro Pedriali, entrambi procedono artisticamente verso la stessa meta, perché entrambi sono fautori di ‘autenticismo’.
Una interpretazione della realtà attraverso una metafora artistica così alta e riuscita da sembrare autentica (perché autentiche sono la passione e la motivazione che spingono l’Artista a compiere questa impresa).
Nella foto di Pedriali che ritrare il corpo nudo di Pasolini (uno scatto che sembra rubato, che appare come un ‘ratto dell’attimo fatale e irripetibile’ da parte del fotografo, mentre tutto è stato pianificato da entrambi in ogni minimo dettaglio) si coglie il concetto pasoliniano del ‘doppio corpo’, il corpo fisico e l’altro, quello che cerca di trascendere la realtà per proiettarsi verso una dimensione metacronologica, quella dell’eternità.
Pasolini vive con tormento la propria omosessualità, lui per primo (prima della condanna da parte della società, della ‘giustizia’, della Chiesa, del partito) la vive come una sorta di menomazione; anche se attraverso la propria identità sessuale ‘anomala’ cerca una chiave per trasfigurarsi nell’Eternità.
Si può parlare di una ‘semiologia iconografica’, di una tetragona ossessione per ‘l’immagine e la doppiezza’.
Riavvolgendo il nastro e tornando alle tre fasi della vita pasoliniana (della vita anche dopo la vita), la sua omosessualità è stata sempre volutamente lasciata in ombra, in secondo piano, per esorcizzarla come non si trattasse di una peculiarità fondamentale di Pasolini.
Mentre per lui, era un ‘medium’ per osservare e analizzare il mondo, una porta magica verso l’eternità
”.

Walter Siti (uno dei più preparati esperti e studiosi di Pasolini, cita le fotografie con cui Mulas ha ritratto il Poeta):
“A proposito della ‘semiologia iconografica’ e dell’ossessione per l’immagine, le uniche notazioni estetiche che Pasolini si concede nelle sue opere sul corpo degli uomini che lo attraggono, riguardano la nuca e il gonfiore nei pantaloni.
Per Pasolini l’incontro tra due uomini può avvenire solo attraverso il dono di sé o attraverso la violenza fisica: non si tratta mai di un incontro alla pari.
E’ per questo che non gli interessano le donne, perché le donne pretendono un’unione alla pari; è per questo che quando Ninetto Davoli gli rivela che sta per sposarsi lo considera il tradimento supremo.
Per P.P.P. l’incontro omosessuale più che estetico è metafisico, un’incrinatura fatale della realtà che ci spinge ad avvertire il bisogno di proiettarci verso un altro mondo.
Pasolini finge di essere se stesso – e lo fa in modo sublime – perché percepisce che essere davvero se stesso rappresenta un confronto impari e troppo doloroso con la realtà vera.
“La bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza”. (Marcel Proust).
Tutto questo, per Pasolini è un rito e il rito ha sempre bisogno di una rigida disciplina. Dopo l’avvento della ‘rivoluzione’ del 68, il Poeta capisce che anche nelle borgate, i riti e la disciplina sono stati disintegrati (altra piccola digressione: anche Sandro Veronesi presentando il suo romanzo ‘XY’ e sollecitato sull’orrore di Avetrana ha attribuito lo scempio umano e mediatico alla scomparsa dei riti e alla loro sostituzione con i canoni dello spettacolo ad ogni costo).
Per questo nel romanzo postumo ‘Petrolio’ (quello che molti giudicano spurio di uno scottante capitolo con rivelazioni sull’Eni, sulla morte di Mattei, sugli intrighi di Cefis), secondo me è solo l’epitaffio del suo desiderio e della sua poetica.
Il mondo è cambiato e lui non riesce più a capirlo, né interpretarlo, perché la scomparsa dei riti ha causato la scomparsa di tutto quello che in lui suscitava ‘desiderio’ in senso ampio. Petrolio forse è l’epitaffio della sua spinta verso la conoscenza: nel mondo post sessantottino non esiste più nulla che Pasolini voglia o possa conoscere.
Non a caso, per la prima volta il protagonista di una sua opera è un borghese.
Pasolini anche nei suoi film per interpretare borghesi aveva scelto sconosciuti popolani prelevati dai quartieri popolari e dalle borgate (tra cui, per esempio, lo splendido Girotti). E poi, se è vero che negli ultimi anni di vita Pasolini era un’icona culturale riconosciuta in tutti gli ambienti e quindi avrebbe potuto trovare fonti liete di rivelargli informazioni segrete sul ‘caso Mattei’, bisogna non tralasciare che Pasolini per Petrolio si è documentato su alcuni reportage pubblicati dall’Espresso e attingendo notizie da pubblicazioni discutibili di editoria alternativa: in ogni caso, niente di occulto o misterioso, ma facilmente reperibile da chiunque. Ecco, secondo me l’elemento rivelatore, la chiave di Petrolio è tutta qui: senza ‘gialli’ su questo filone moderno dei misteri italiani che soprattutto negli ultimi anni ha contagiato parte del giornalismo e della cultura italiani”.

Sotto l’icona niente, potrebbe essere il titolo di un ipotetico film su questa improvvida ondata di consensi trans politici e trans intellettuali nei confronti di Pasolini. Come Gesù, Che Guevara, Gandhi, Madre Teresa, Padre Pio.
Immagini da stampare in serigrafia su striscioni, bandiere, magliette, spillette, adesivi. Peccato che l’adorazione e l’ostentazione di icone sia funzionale al camuffamento del vuoto: di fede, valori, raziocinio, cultura.
Forse l’omicidio di Pasolini non nasconde segreti, né congiure.
Resta il forte sospetto che l’attuale ansia di ‘normalizzazione’ del poeta, sia una clamorosa e conclamata ammissione di paura nei suoi confronti: dimostra che il suo intelletto fa ancora tremare i palazzi del potere e i centri operativi dell’economia e della cultura.
L’innata peculiarità di smascherare e denudare con parole vere e sferzanti, con il suo stesso stile di vita, tutti i peggiori caratteri e istinti tipicamente italici (ipocrisia, codardia, ignavia, cialtroneria, egoismo, razzismo, fascismo di destra e sinistra, odio per la cultura la legalità l’onestà), non può essere accettata da chi aziona le leve del gioco.
Pasolini con spirito analitico e con una sensibilità da rabdomante culturale e antropologico sintetizza gli elementi che ravvisa nella società italiana e denuncia con 40 anni di anticipo il baratro in cui sta precipitando il decadente ex Belpaese; a causa della pseudo politica, mero strumento di commercio, e dell’industria che annienta tutte le vere risorse indigene in nome di un profitto elitario, egoistico, senza visione del futuro, né del bene sociale.
Forse ha ragione Umberto Eco quando afferma che un altro dei mali della società italiana è la “paranoia da complotto. L’ossessione per le trame oscure, tutto ciò che avviene alle spalle, mosso da un centro misterioso a nostra insaputa”.
Non esiste avvenimento rilevante della storia patria che non sia stato riletto o riscritto attraverso la lente di questa ossessione. Nel caso di Pasolini, resiste il sospetto che sia più funzionale impacchettarlo e venderlo come uno stupido gadget di marketing (meglio se infiocchettato addirittura con l’ennesimo noir in salsa tricolore): un goffo tentativo di ‘disinnescare’ il Maestro.
Hai visto mai che qualche studente/cittadino possa ridestarsi dall’ipnosi grazie ai suoi ‘cattivi insegnamenti’. L’unico modo per apprezzare davvero Pasolini è quello suggerito da Belpoliti: fagocitarlo con una salsa che non può non essere piccante e ‘digerirlo’, una volta per tutte.
Con o senza misteri.

Un bidone nucleare pieno di avidità e ignoranza
post pubblicato in Ambiente, il 30 marzo 2011

La cricca dei soliti noti ‘ragiona’ con il registratore di cassa, la massa si disinforma attraverso veline scientifiche governative e tv cialtrona.
Eppure, basterebbe leggere il libro inchiesta scritto dal giornalista Roberto Rossi per capire davvero come l’atomo tricolore possa compromettere soldi e salute degli italiani e soprattutto il futuro delle prossime generazioni.

 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 Una partita a scacchi, la più pericolosa: quella con la Morte.
Esemplare lo spot pro nucleare del ‘forum radioattivo’ (http://forumnucleare.it/).
Poi costretto al ritiro dal Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria che ne ha ravveduto la totale mancanza di trasparenza e correttezza.
Come tutto quello che riguarda gli argomenti davvero vitali di questo paese.
Uno spot stupido e, senza ombra di dubbio, macabro. L’energia nucleare non è un argomento da Bar Sport su cui si possa discutere come si trattasse della stracittadina: tu faresti giocare Pato o Robinho? Pazzini o Milito?

Arrigo Sacchi
imputava al Paese la presenza di 60 milioni di commissari tecnici della Nazionale, soprattutto in occasione dei Mondiali di calcio. Per i volponi del forum nucleare gli italiani sono tuttologi, esperti soprattutto di fisica nucleare.

Macabro perché la prima associazione che viene in mente osservando la disfida scacchistica è quella ormai leggendaria tra il protagonista del Settimo Sigillo di Bergman e Madama Morte.
In Italia si legge poco e male e ci si informa peggio. Quanti cittadini sono davvero in grado di esprimere un parere avveduto e circostanziato sulla questione nucleare? Nemmeno certi scienziati, sedicenti oncologi che tifano per inceneritori e centrali atomiche; è sufficiente dare una rapida occhiata agli sponsor delle fondazioni di questi soloni per capire le forti, ottime motivazioni personali alla base di certe battaglie di ‘principio e di progresso’.
In Finlandia si sono fatti bidonare dall’azienda nucleare francese Areva. Il progetto prevede la realizzazione di una centrale di III generazione, una generazione avanti rispetto a quelle che fra 20 dovrebbero essere attive in Italia.
Ebbene, nemmeno gli efficienti, organizzati, a-ideologici finlandesi riescono a sbrogliare la matassa laocoontica e gordiana relativa all’edificazione di questa famigerata centrale. Errori di progettazione pacchiani nei sistemi di sicurezza e crepe nella struttura di contenimento del reattore, ritardi, bugie, aziende appaltatrici e subappaltatrici incapaci di portare a termine i lavori per cui vengono lautamente pagate.
Cosa accadrebbe in Italia con i vari amici dei quartierini e le tante P (3, 4, 5, via così fino a più infinito?)? La filiera del cemento e dell’edilizia è controllata quasi tutta dalle mafie che forniscono materiale di scarto (cemento depotenziato, ‘arricchito’ da sabbia marina): crollano come cartapesta scuole, ospedali, case degli studenti, viadotti.
Quanto sarebbe sicura anche solo da un punto di vista architettonico una centrale edificata sul suolo patrio?
 
Il dilemma delle scorie, poi, è più astruso di un responso di tutte le sibille dell’antichità.
Non ne sono venuti a capo negli Stati Uniti che tra l’altro hanno rifiutato un cargo di scorie radioattive tricolori che non riusciamo a rifilare proprio a nessuno. Secondo la senatrice Vicari, esponente siculo del pdl e già tetragona paladina delle trivelle petrolifere, la soluzione è semplice: basta interrarle a 500 metri di profondità e la vita ci sorride come non mai.
Peccato che l’Italia sia già inquinata dalle scorie delle vecchie centrali poi chiuse in seguito al referendum del 1987. Scorie ‘sigillate’ in 23 siti e di cui nessuno ha troppa voglia di parlare. Come nessuno parla più delle navi dei veleni, quelle affondate dalle mafie nei nostri mari con carichi di rifiuti tossici.
Il ministro per l’Ambiente (a sua insaputa, cioè senza il consenso della Natura e senza la consapevolezza della diretta interessata) Prestigiacomo ha sentenziato che quelle navi non esistono. Se non si vedono, non esistono. Un po’ come le terre oltre le colonne d’Ercole prima che il folle visionario Cristoforo Colombo finisse per incagliarcisi credendo di aver raggiunto l’India.

Inoltre, la
Sogin
società per azioni con il Ministero delle Finanze unico socio e che i cittadini, ancora una volta inconsapevoli, continuano a foraggiare con le proprie bollette energetiche, in trent’anni non è riuscita né a mettere in sicurezza, né a smaltire queste letali scorie.
Del resto, gli italiani con le bollette dovrebbero garantire i fondi alla ricerca sulle fonti rinnovabili. Peccato che il legislatore azzeccagarbugli abbia introdotto la formula “rinnovabili e/o assimilabili”, garantendo quindi l’ennesimo pozzo senza fondo (è proprio il caso di dirlo) ai petrolieri inquinatori come Moratti, Garrone, Eni e compagnia brutta. E’ l’Italia, bellezza!
 
La carenza di energia in Italia è un’altra bufala nucleare. Ogni anno produciamo più gigawatt di quanti ne consumiamo, con buona pace di certi piazzisti che vaticinano a mesi alterni il rischio ‘Inverno da piccola fiammiferaia’ per tutti gli italiani (in queste previsioni sono compresi anche i ricchi, industriosi e produttivi padani?). Il nucleare non è a buon mercato e non ci garantirebbe nessuna indipendenza energetica dagli altri paesi. La tecnologia Epr da gadget trappoletta delle confezioni di patatine la acquistiamo dalla Francia e l’uranio non si trova certo in Italia. L'uranio, esattamente come gli idrocarburi, si sta esaurendo a livello mondiale, quindi importarlo comporterebbe un ulteriore salasso per i salvadanai dell’italiota medio. Agli italiani bisognerebbe poi raccontare che l’uranio va trattato prima di poter essere utilizzato come combustibile per le centrali. Operazione ancora una volta né sicura, né economica.
 
Il nucleare versione tricolore è l’ennesimo bidone, ai danni degli ignoranti cittadini e a favore delle tasche della consueta cricca di giro.
Per informarsi basterebbe solo spulciare su internet (ma l’Italia è un paese vecchio e certo non per internauti, ma per 'teleautistici'). Oppure leggere il libro inchiesta di Roberto Rossi, giornalista che da anni segue il piano governativo del rilancio nucleare italiano.
Un’inchiesta precisa, puntigliosa, a prova di bomba atomica.
Pagina dopo pagina, gli italiani capirebbero che ancora una volta stanno barattando i propri risparmi e la propria salute per ingrassare i soliti sospetti.
 
Proprio come l’industria degli idrocarburi, quella nucleare propone un patto col Diavolo:
un patto che ridurrà in cenere e scorie il futuro delle prossime (ultime?) generazioni terrestri.
 
 
Fonti: ‘Bidone nucleare’ di Roberto Rossi, Ed. Bur
Dialogo immaginario (ma non troppo) tra un netturbino (urbano) e un cittadino (?)
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 13 marzo 2011
di Hermes Pittelli ©


N. “Ti stai facendo crescere la barba?”.
C. “Non la sto facendo crescere, cresce”.
N. “Ah...”
C.
“Ti rendi conto?”
N.
“Non conto, spazzo. Non so contare e non conto. Canto come fosse un karaoke, così mi passa e non ci penso. Canto e spazzo”.
C.
“Ah...”.

C. “Comunque, ti rendi conto? Siamo immobili, da 20 anni. Un lasso di tempo più lungo – o uguale, ma sempre troppo - di quanto sia durato il regime fascista”.
N.
“Lasso? Quello dei cow boys nei film western e nei fumetti di Tex?”.
C.
“No, lasso inteso come periodo, intervallo temporale”.
N.
“Piove? Ho sempre adorato quegli intervalli della Rai di un tempo, quando esistevano solo il ‘primo’ e il ‘secondo’, come fosse l’unico pranzo della giornata alla tavola di un lavoratore plebeo. Te li ricordi, quegli intervalli? Con musichette celestiali e le cartoline in bianco e nero dei paesaggi più belli d’Italia...”.
C.
“Ma cosa dici? Insomma, il dramma è che siamo cristallizzati, bloccati, paralizzati. Continuiamo ad avvolgerci su noi stessi, fermi sullo stesso punto. Il mondo cambia, ci sono stravolgimenti inimmaginabili. La parola scorre libera e veloce in Rete e scatena rivoluzioni in Africa e Medio Oriente; nell’impero comunista del Dragone si concentra il più alto numero di miliardari del globo e noi siamo come la drosophila melanogaster, il moscerino della frutta rimasto incastonato nell’ambra attraversa i secoli, sempre immobile, sempre uguale a se stesso. Immutabile, immarcescibile, ma bloccato, imprigionato in una goccia d’ambra. Goccia dorata e trasparente, da cui magari vedere il mondo, ma deformato dalla rifrazione”.
N.
“Ah... scusa, hai fatto nottata alcolica con i tuoi amici? Come può essere libera la parola nella rete? Non si impiglia? E poi questa drogafila melanogangster deve essere una poco di buono, una della criminalità che si arrichisce spacciando schifezze chimiche ai nostri giovani, bruciando loro il cervello”.
C.
“Ah... comunque, ribadisco: da 20 anni siamo seduti sullo stesso strapuntino di roccia e utilizziamo sempre le stesse, poche, banali parole. Non riusciamo più ad articolare un discorso completo, figuriamoci un ragionamento con delle premesse motivate, uno sviluppo logico e una conclusione che apra nuovi orizzonti e sia foriera di progetti per il futuro di tutti, per il bene comune. Solo slogan markettari, il cittadino non esiste più. Non è un soggetto attivo, portatore sano di diritti e doveri e individuo fondamentale che realizza e si realizza in una società armonica, multiculturale, cosmopolita; no, è una monade consumatrice, consumatrice di prodotti inutili e dannosi per la salute e per l’Ambiente, telespettatrice di programmi osceni per ottenebrare e ipnotizzare le masse, automa fornitrice di ‘x’ su facce di delinquenti che candidandosi vogliono infiltrarsi nelle istituzioni per esfiltrarsi dalla giustizia”.
N.
“Ah... non saprei, comunque ho dei parenti veneti e mona, può essere anche un articolo piacevole, ma se te lo dicono non è certo un complimento”.
C.
“Sono friulano, conosco bene questo etimo”.

N. “Eh, non esistono più le mezze stagioni. Hai visto? Siamo a metà marzo e io sono costretto ad indossare ancora l’uniforme invernale. Quelli della Odio (Organizzazione Deiezioni inCivili Omologate) ci rinnovano abiti da lavoro e attrezzature ogni 10 anni, dicono che così contengono le spese e salvano i posti di lavoro”.
C.
“Già, come canta il Poeta, la primavera intanto tarda ad arrivare...”.
N.
“Ah... certo, sei strano forte tu. Per la maggior parte del tempo non ti capisco, ma forse sei simpatico. Comunque, due chiacchiere con qualcuno allargano sempre il cuore, soprattutto se fai spesso il turno di notte tra freddo, umidità, a raccattare la monnezza puzzolente gettata senza un minimo di criterio dai tuoi simili, lo smog del traffico che resta come appiccicato all’aria e ci respiriamo tutto noi”.
C.
“Ecco, ti rendi conto? Sei testimone diretto del degrado della sedicente civiltà italiota? E cosa fai? Dimmi, dovresti essere tu per primo a informare tutti gli altri cittadini, dovresti essere tu a scrivere il nuovo programma politico, ad organizzare la rivolta per realizzare finalmente una società civile equa e legalitaria”.
N.
“Ah... ma io sono sposato. Viviamo in affitto, la proprietaria, grazie a non so quali accordi con il fisco, ci fa un prezzo di favore – 600 euro al mese e per noi già è alto – e non abbiamo figli, purtroppo. Ma se ci fossero, forse staremmo in una roulotte arrugginita e scassata come certi zingari che stanno più giù”.
C. “I Rom... la cultura nomade e gitana”.
N. “Macché cd rom e gite. No, sono proprio zingari poveracci, tutto il giorno frugano nei rifiuti dei signori, quelli che vanno a messa ogni domenica ma farebbero un enorme falò dei campi di ‘sti disgraziati. Zingari, esseri umani come noi, con bambini costretti spesso a inalare i veleni delle macchine stando sulle strade vicino ai semafori per racimolare qualche centesimo con cui campare. Non so cosa sia la civiltà di cui parli, ma qui non c’è di sicuro”.
C.
“Ah...”
N.
“Poi, già che siamo in tema, i nostri cari vicini di casa e amici e parenti, guarda come rispettano se stessi e gli altri e la propria città. Nei cassonetti - quando va bene, perché spesso lasciano i rifiuti per strada - scaricano ogni genere di schifezze e porcherie. Tanto, sanno che poi passiamo noi e se ne fregano. In fondo, la differenziata è una fatica inutile. La Odio in combutta con il Comune finge di tutelare l’ambiente, ci costringe a passare più volte con automezzi diversi ma tutti ugualmente scassati e inquinanti, ma tutta la monnezza finisce, indifferenziata, nella stessa enorme discarica. Non credo che questo aiuti la natura, nè la nostra salute”.
C.
“Vabbé, s’è fatta na’ certa... scappo. Vado in edicola. Non che i giornali e i giornalisti meritino i nostri soldi, ma insomma bisogna pur leggere per formarsi un’opinione consapevole sui fatti che ci riguardano, come cittadini dell’ex BelPaese e del Mondo”.
N.
“BelPaese? E’ un formaggino spalmabile, no?”.
C.
“E poi non ho fatto ancora colazione, passo in cornetteria. Un cornetto di polistirolo e un cappuccino con latte radioattivo e la vita ti sorride. Tu che fai?”.
N.
“Finisco il turno, torno a casa, butto l’uniforme in lavatrice, mi faccio la doccia e dormo. Stasera, festicciola con gli amici. Serata karaoke. Stiamo insieme, con un po’ d’allegria. Te l’ho detto, non conto, canto, non ci penso e forse intanto passa”.
C.
“Già. Adda passà a’ nuttata... Deve pur finire questa notte”.
N.
“Ah... tu invece? Rivoluzioni?”
C.
“Non oggi. Nel pomeriggio gioca quasi tutta la Serie A, poi stasera grande posticipo, con pizza creativa e birra ricreativa. Lo so, sono abbonato al digitale terrestre. Mi vergogno, ho la tessera della tv del premier tycoon. Ma cosa vuoi fare, per sconfiggere passioni e tentazioni esiste un solo modo: cedere”.
N.
“Ah... posticipi la Rivoluzione?”.
C.
“Eh... vabbuò, ti auguro le cose migliori. Ciao. Buona domenica”.

18 febbraio 1947
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 20 febbraio 2011



di Hermes Pittelli © 



 Tu sei un albero.
Come quelli che hai amato e disegnato.
Tanti, come le conchiglie “sparse in riva al mare” e gli aironi fluviali, altre tue passioni viscerali. Tu sei un amante ardente della Natura.

Sei quello che gli anglosassoni chiamerebbero ‘storyteller’, un narratore di storie.
Non solo un raffinato medium di storie, diretto e sincero, ma un artigiano, un homo faber capace di creare racconti da trasmettere ai suoi simili, quasi attraverso una sorta di osmosi empatica.

Tu sei un Artista: un poeta e uno scrittore con infiniti mondi nell’anima, infinite narrazioni; e tante immagini, un serbatoio di fantasia sconfinata, tramutati in fantastici disegni e pitture visionarie.
Forse per questo sei un albero, come quello che tua moglie Rosi Fantuzzi ha voluto piantare sulla tua tomba. Gli alberi sono il simbolo della vita in perfetta simbiosi e armonia con i cicli della Natura: un tramite magico tra la Madre Terra e il Cielo, un soggetto vivente capace di restituire le risorse di cui si nutre sotto forma di ossigeno, fiori, frutti, fronde lussureggianti.
Rami e radici come braccia per avvolgere il Creato e ogni essere vivente, antenne per captare e comunicare.

Non ho pianto sulla tua tomba sotto la pioggia.
Una tomba colma di bandiere, sciarpe, piccoli oggetti, foto, messaggi scritti a mano come non si usa più. Tracce lasciate da chi ti voleva bene, da chi ancora oggi si strugge nel tuo ricordo, da chi ti ama senza averti mai incontrato nella dimensione terrestre.

Non ho scattato fotografie, perché non voglio essere schiavo del culto subdolo e ipocrita delle immagini: iconoclastia, negazione e tradimento dei sentimenti autentici.
Come dice un saggio proverbio congolese: 
quello che gli occhi hanno, visto il cuore non dimentica.

Capisco solo oggi, qui nel cimitero di Novellara, al cospetto della tua forma arborea, il cruccio che per tanto tempo ha attanagliato tuo ‘fratello’ Beppe Carletti: non riuscire a far comprendere all’Italia il tuo valore di Uomo e di Artista.
Del resto, questo strano paese, è spesso diffidente nei confronti dei propri figli davvero liberi, nei confronti di chi dice la verità, possiede talenti e li condivide con generosità, senza escogitare strategie di mercimonio o potere.
Un paese che poi si concede volentieri con voluttà morbosa e ripugnante a celebrazioni e beatificazioni istantanee post mortem, meglio se tragica e ‘spettacolare’.
Tutto quello che non sei.

Hai detto e scritto che non desideravi fornire risposte definitive, ‘esaurienti’, risposte che estinguessero completamente le domande; per non interrompere mai il dialogo, per poter proseguire i racconti senza soluzione di continuità.
Con me ha funzionato. Ti ho consociuto (mercoledì 18 dicembre 1991, Teatro Verdi - Pordenone) poco prima che abbandonassi questo ciclo di vite e grazie alla tua umanissima magia, la tua linfa si è trasfusa nelle mie vene.
La fotosintesi clorofilliana del tuo Genio, della tua Arte, della tua Umanità funziona ancora e sempre, senza interrompersi mai.

Per questo sei vivo.
Per tutto questo: grazie Augusto.


Sempre Nomadi.

Sfoglia ottobre